“Con un piede nella fossa”, di Stefano De Carolis. Un cinquantennio di storie inedite di malavita barese

“Con un piede nella fossa” (ed. LB –Bari), il libro inchiesta di Stefano De Carolis che, dal 1861 al 1914, ripercorre, attraverso la ricerca di documenti esclusivi, lo sviluppo della criminalità organizzata di tipo camorristico e mafioso in Puglia. Un trattato di altissimo valore storico-sociale che svela la presenza e l’attività malavitosa compiuta dalle cosche in terra di Bari. Ma soprattutto sottolinea l’impegno instancabile profuso dall’Arma dei Carabinieri nel combatterle. Stefano De Carolis, 49enne turese, Sottuficiale nell’Arma dei Carabinieri, impegnato nella Tutela e nella Salvaguardia del Patrimonio Culturale Nazionale del MiBACT di Roma, esperto nel recupero di reperti storico-archeologici illecitamente sottratti al patrimonio delle Stato, ha presentato venerdì 13 luglio, a Bari, alle ore 19.00, il suo lavoro presso la terrazza del Fortino S. Antonio. Presenti all’evento, moderato dal giornalista Lino Patruno, note personalità baresi e non: il Procuratore della Repubblica, dott. Giuseppe Volpe, il Generale di Brigata Comandante della Legione Carabinieri Puglia di Bari, dott. Giovanni Cataldo, la direttrice dell’Archivio di Stato di Bari, dott.ssa Antonella Pompilio, i grafologi, Col. CC. Vincenzo Caiazzo e il dott. Giuseppe Santorelli e il vicesindaco di Bari, avv. Pierluigi Introna. “Con un piede nella fossa”, che vanta il patrocinio dell’Arma e dell’Associazione Grafologica italiana, descrive, documentandoli, omicidi, soprusi e illeciti, fino alla celebrazione del primo maxiprocesso italiano (1891) contro un’associazione camorristica. La trama del saggio, per nulla scontata, racconta la vita reale di Mauro Savino, uno dei più efferati capi cosca baresi. L’incontro tra la criminalità campana e siciliana con quella pugliese, sancito mediante veri e propri riti di affiliazione, avveniva di solito nelle carceri sotto lo sguardo “distratto” del personale carcerario. E dava il via alla nascita di gruppi delinquenziali autoctoni di stampo ora mafioso ora camorristico.Gruppi che poi, gradatamente, ben si integravano nel tessuto sociale. Tante le riflessioni sui numerosi aneddoti raccontati dal De Carolis. In particolare quello riguardante il primo “pizzino” italiano della storia.Un termine a noi noto per gli ultimi fatti di cronaca ma, evidentemente, “antico” in quanto a utilizzo. Si tratta di un fazzoletto in cotone dell’epoca, conservato in una teca, attribuito al Savino che dal carcere cercava di comunicare, in modo criptico, con i suoi affiliati fuori. Un cimelio di straordinaria importanza considerato documento e per questo conservato nell’archivio di Stato. Lo scritto, attualmente ancora al vaglio degli esperti grafologi, contiene le parole di un testo musicale – la canzone di “Amelia la disgraziata” – scritte con un lapis, che il Savino aveva appunto dedicato alla nipote Amelia, “disgraziata” in quanto disonorata. In realtà tutto sembra andare verso un’altra più inquietante direzione che avrebbe come oggetto il maxiprocesso e l’omicidio di un medico legale, Michele Introna, coinvolto indirettamente nella vicenda per la sua attività professionale. La serata, che ha riscosso un grande successo e partecipazione di pubblico, si è conclusa con l’intervento del dott. Nino Melito Petrosino, pronipote del famoso Joe Petrosino, poliziotto Italo-americano negli USA, ucciso dalla Mafia a Palermo nel 1909.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *