Il tesoro ritrovato di Kafka

E’ notizia di qualche giorno che il prezioso carteggio  inedito di Kafka, conservato da decenni nei caveau della banca dell’Ubs di Zurigo, potrà essere esposto e pubblicato. Inoltre in ottemperanza ai desideri dello scrittore, che nell’ultimo periodo della sua vita aveva  deciso di emigrare, senza successo, in Palestina,  dovrà essere trasferito alla Biblioteca Nazionale di Israele. Lo ha deciso il Tribunale distrettuale elvetico di Zurigo, sostenendo che le carte inedite di Kafka celate nella banca svizzera devono ricongiungersi al grande archivio kafkiano già presente nell’istituzione di Tel Aviv.  La battaglia legale è stata lunga, più di trent’anni, e surreale, ‘kafkiana’ potremmo dire, per usare un sin troppo facile gioco di parole. La questione è davvero assai complessa, anche più di una articolata  questione testamentaria. La domanda fondamentale riguarda infatti l’appartenenza stessa di  Kafka. Ci si chiede, infatti, se egli appartenga agli ebrei, nel cui mondo è nato ed è cresciuta la sua letteratura, oppure  dei tedeschi nella cui lingua scrisse, pur essendo egli ceco. I giudici elvetici hanno confermato i verdetti già emessi più volte nello Stato di Israele. Le cassette di sicurezza dell’Ubs, dunque, potrebbero essere aperte, come molti studiosi auspicano da troppo tempo, già nelle prossime settimane e il loro contenuto spedito alla Biblioteca Nazionale israeliana in tempi rapidi. Una miniera di lettere indirizzate a grandi scrittori europei come Arthur Schnitzler, Thomas Mann, Stefan Zweig e Jaroslav Hasek, bloc notes con esercizi per imparare l’ebraico,  album di disegni inediti, appunti di vita quotidiana, il manoscritto del racconto ”Preparativi di nozze in campagna”, il manoscritto del racconto incompiuto ”Riccardo e Samuele” e persino una bozza del romanzo ”Il castello” . Questa la preziosa eredità che il mondo intero attende, come attesta l’inventario  ordinato nel 2010 dal Tribunale distrettuale di Tel Aviv. Una attesa che mette in sintonia con quanto Kafka affermava a proposito della sua identità ebraica che consisteva, come la sua scrittura, “nella  attesa, nella speranza, e nello sfinimento”, in prospettiva di un ideale ben più elevato.

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