La “Pink tax” colpisce generazioni di donne italiane ed europee

Si chiama “Pink tax” la tassa di genere, tutta rosa, che ricade sugli acquisti delle donne italiane e europee. L’imposta colpisce beni di prima necessità (tassati al 4%) e accessori (rasoi, profumi, scarpe, assorbenti, deodoranti, penne ecc…, tassati al 22%). Questa legge risale al 1972 e in molti ritengono che vada cambiata, come è già stato fatto nel resto d’Europa: Francia, Olanda e Finlandia per esempio, dove qui l’imposta è stata ridotta. Nei casi più estremi, Canarie, India, Scozia e Kenya l’hanno completamente azzerata. Inoltre in Kenya, gli assorbenti vengono anche distribuiti gratuitamente nelle scuole. Il motivo di una tassa così esosa è di natura puramente economica, poiché secondo le aziende, le donne sono più propense a spendere, pur percependo stipendi inferiori all’uomo. Da i risultati di una ricerca svolta in Inghilterra è emerso che, se un qualsiasi prodotto ha una confezione “femminile”, questo costa il doppio rispetto alla versione “maschile”. Ma l’elenco delle ingiustizie è lungo: un taglio di capelli per uomini può costare 20 euro; in media un taglio per donna ne costa il doppio o il triplo; i jeans per donna costano il 10% in più di quelli per uomini; le biciclette da donna costano il 6% in più di quelle (equivalenti) per uomini e potremmo fare ancora altri esempi, fino alle confezioni di rasoi destinati alle donne che ne contengono cinque al costo di 1,80 euro, mentre quelle per uomini ne contengono 10 al costo di 1,72 euro; l’abbigliamento maschile vale 417 miliardi di dollari, quello femminile 639 (dati Euromonitor). Ma come poter superare il problema di una tassazione di genere, ci si chiede. E’ semplice! Cercando di acquistare prodotti meno costosi, o a parità di composizioni chimiche, quelli maschili.

 

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