Nascere in India, un rischio per le donne.

si 1La Thomson Reuters Foundation – settore della Reuters a difesa del giornalismo indipendente, dei diritti umani e delle legalità – sette anni fa, stilò un’interessante classifica definendo i luoghi più difficili e rischiosi per le donne.  Utilizzando diversi criteri, dalla salute pubblica, alla discriminazione, alle tradizioni culturali, alla violenza sessuale e non sessuale, fino al traffico di esseri umani, furono esaminati 193 Stati membri delle Nazioni Unite. Ad ogni categoria, per Paese esaminato, fu attribuito una scala di valori, la cui somma, secondo una visione sinottica, determinò una graduatoria a partire dal “peggiore”. Il quarto posto fu attribuito all’India, prima della Somalia e dopo Afghanistan, Repubblica del Congo e Pakistan. Dopo sette anni, l’attuale top10 è cambiata, dando all’India il triste primato per pericolosità e peggiore qualità di vita per le donne.  Tutti i reati a sfondo sessuale, dalla servitù alla schiavitù, allo stupro, agli abusi domestici, alle molestie sul luogo lavoro, ai matrimoni forzosi, fino al reato con acido –  molto praticato dagli uomini -, non sono contrastati da un’adeguata normativa. C’è questa difficoltà, per le donne  indiane, a ottenere giustizia rispetto a una apparente situazione di modernità e conquista culturale. Una società schizofrenica che se da un lato ammette il dilagare di un modernismo selettivo, dall’altro relega la donna a una condizione di vita primitiva. Lo iato sembra evidenziare una volontà maschista conservatrice, figlia delle peggiori società del passato, dove la donna è considerata ancora e sempre meno di niente. Parleremo di questo con Mandeep kaur khalsa, 25enne indiana, che ci racconterà in breve la sua vita.

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« Il mio nome è Mandeep kaur khalsa, tutti però mi chiamano “Mandi”. Vengo dall’India Punjab. Ho 25 anni e una laurea in matematica. Mio padre è un artigiano e mia madre è una casalinga. Ho una sorella e due fratelli. E sono di religione sikh. Attualmente lavoro con mio padre. Mi chiedi com’è la vita delle donne indiane oggi. Non è facile da descrivere perché non è semplice per noi vivere in India. E la suddivisione in caste – la mia è la “Jatt” – , certamente, non ha reso le cose più facili. È una suddivisione molto rigida e centralizzata amministrativamente. Spesso si concedono posti di lavoro e incarichi importanti solo alle caste superiori, anche se da un po’ il governo ha iniziato una politica di discriminazione positiva riservando una certa percentuale di posti di lavoro pubblici alle caste inferiori. Naturalmente queste situazioni, negative in sé, coinvolgono soprattutto e prima di tutto le donne. Io sono di famiglia moderna, e vivo il mio tempo modernamente. Penso che i miei genitori abbiano una buona mentalità. Opposta alle  tipiche famiglie indiane, dove le donne restano per lo più a  casa, chiuse, a crescere figli e a occuparsi totalmente della vita famigliare come in schiavitù. Lo stupro, poi, è diventato la consuetudine. E la segregazione l’unico mezzo per evitarlo. Non ci sono leggi adeguate a nostra tutela. Siamo figlie di una società matrigna che cancella totalmente i nostri attributi. No. Non è più accettabile tutto questo».

 

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