Perché credere ancora nell’insegnamento quando la società non ci crede!

Docente di storia ed esperta di didattica della storia

Fare l’insegnante oggi non è un affare semplice e i fatti di cronaca lo ricordano continuamente. Quello dell’insegnante è uno di quei pochi mestieri per cui vale la pena provare a mettersi in discussione. Ma andiamo con ordine, perché scrivere di questo lavoro non è mai cosa semplice! La prima parola che sovviene alla mente del senso comune, quando si parla di insegnamento è “Missione”. Ma è ancora possibile credere che l’insegnamento sia una missione nella società del 2020? Per essere insegnanti oggi, non è necessario essere dei buoni missionari. Fra le numerose competenze richieste, ci dovrebbe la Passione! Solo attraverso il ​Pàthos il docente potrà entrare in empatia con la propria classe. Ma la passione non basta, perché le classi, ieri come oggi, abbondano di singolarità. Ogni alunno è portatore di un pezzo di mondo che non aspetta altro di rivelarsi all’insegnante. Se il pathos manca, quel micro mondo non si svelerà mai. Pathos e competenze, vecchie e nuove, sono gli ingredienti giusti per poter ridefinire il ruolo che ci spetta. I ragazzi di oggi al contrario di quello che può apparire, hanno paura di mettersi in gioco, perché temono il giudizio degli adulti. Dietro la corazza di spavaldi adolescenti, spesso si nascondono anime smarrite e fragili. Eppure siamo noi adulti a renderli tali. Lo facciamo quando li giustifichiamo, quando non diamo sufficienti spiegazioni alle lezione, o ai rimproveri, o quando appiattiamo i saperi e crediamo che chi ci ascolta, debba stare lì, attento, perché quello è il suo posto. In questo modo trasformiamo i nostri ragazzi in “perfetti uditori”, ma non pensatori, come invece raccomandano le Indicazioni nazionali e tutti i Programmi europei. Oggi, i “nostri perfetti uditori” non ci stanno più a questo ruolo. Hanno impellenza di “fare”, “agire”, “dire”, inoltre hanno soprattutto l’esigenza di ricordarci che loro, più degli insegnanti, conoscono un mondo nuovo, quello digitale, mondo che a molti docenti del 2019, risulta essere ancora “perfetto sconosciuto”. E allora forse, se la passione si incontrasse a metà strada con la digitalizzazione, ritroveremo quel dialogo fra docente e discente, che la rivoluzione studentesca del ’68 e i movimenti scolastici che negli anni ’80 hanno mosso i docenti italiani, rivendicavano. Solo il dialogo spinge gli interlocutori alla sete di conoscenza e all’esigenza di confronto. E per una società che si sta chiudendo sempre più in se stessa, nella pura autoreferenzialità, dove il diverso non è contemplato perché mi destabilizza, allora urge riscoprire la bellezza del dialogo socratico. Se il micro-mondo classe, fosse disposto a mettersi in discussione serenamente, attraverso il confronto-scontro, credo che i genitori siano più propensi a puntare meno il dito verso la categoria docente. Certo il dialogo fra scuola-genitori è un argomento alquanto difficile e controverso, poiché le parti in causa rivendicano sempre la giustezza della propria posizione. Tuttavia confido sempre nella possibilità da parte dei genitori di tornare ad avere fiducia e curiosità, verso coloro che oggi vengono percepiti come i grandi persecutori della categoria figli. Se la scuola tornasse ad accogliere gli studenti nella dimora del suo sapere attivo, pratico, attenta ad accogliere gli input culturali, provenienti dalla società in cui viviamo, traducendoli in abilità e competenze, allora la scuola potrà condurre i giovani verso la soglia della propria mente, così come citava Gibrian Il Profeta, ​in illo tempore.​

Un pensiero riguardo “Perché credere ancora nell’insegnamento quando la società non ci crede!

  • 6 Febbraio 2019 in 15:35
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    Oggi ,purtroppo, c’è molta ignoranza nelle famiglie proletarie si pensa che sia una perdita di tempo invece sono a 50 addietro il genitore non scolarizzato
    Era orgoglioso di fare anche i debiti per scolarizzare. I propri figli anche laureandoli oggi gran parte della classe dirigente è formata da quei ragazzi deglia 60 ed oltre
    Oggi la società dei consumi ha rovinato le famiglie in esse non vi è la consapevolezza che un figlio che studia è una ricchezza x tutta la famiglia un orgoglio dei genitori che non sanno perché si chiamano tale “geni”tori non amano il proprio seme
    La creatura che hanno messo al mondo questo è il prodotto negativo del consumismo,e non è vero che ognuno ha il libero arbitrio di scegliere :consumismo o no!
    Siamo infilati in una bottiglia dal collo stretto dalla quale si può uscire con la cultura ma… Quella che sa rompere labottiglia

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