Rifiuti radioattivi, Puglia e Basilicata un triste primato

L’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione (Isin), ha appena reso noto l’Inventario nazionale dei rifiuti radioattivi, con i dati aggiornati al 31 dicembre 2017. E’ la prima volta che il nostro Paese può contare su un dossier prodotto da un ente terzo rispetto agli attori atomici italiani. L’Isin, che è diventato operativo soltanto il primo agosto del 2018, giunge finalmente a soddisfare le richieste  di Euratom e IAEA (l’Agenzia internazionale per l’energia atomica). Per questi ritardi nell’adeguamento a tali  disposizioni, il nostro Paese rischiava il deferimento alla Corte di Giustizia Europea in fatto di «norme fondamentali di sicurezza relative alla protezione contro i pericoli derivanti dall’esposizione alle radiazioni» della popolazione e dei lavoratori. Ebbene uno dei dati più allarmanti che emerge dal rapporto riguarda proprio le regioni di Puglia e Basilicata che insieme rappresenterebbero una vera e propria bomba di rifiuti nucleari e radiazioni. In Puglia sono presenti 1.007 metri cubi di rifiuti radioattivi, pari a 37 miliardi di Becquerel, l’unità di misura delle sostanze radioattive. In Basilicata il volume di rifiuti radioattivi è il triplo, pari a 3.250 metri cubi. E’ la mole di radiazioni però a destare le maggiori preoccupazioni, perché decisamente più elevata, cioè pari a 267.007 miliardi di Becquerel. A ciò andrebbero aggiunte  64 barre di uranio/torio. Queste, da sole, hanno un’attività pari a 1.562 migliaia di miliardi di Becquerel. Sommando  i due indici, secondo l’Isin, in Basilicata c’è materiale per 1.829 migliaia di miliardi di Becquerel. Pur non avendo mai avuto una centrale nucleare, le due regioni, unite, ospitano centinaia di metri cubi di materiali radiotossici in più rispetto a Campania ed Emilia Romagna, regioni in cui, rispettivamente, si trovano le centrali elettronucleari di Sessa Aurunca, in provincia di Caserta, e quella di Caorso, nei pressi di Piacenza, in attesa di essere smantellate.  Dunque un ben triste primato, che fa porre non poche domande sulla sicurezza degli stoccaggi nonché della salute pubblica.

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